24 ORE DI LE MANS: L'ANALISI
- Simone Marchetti Cavalieri

- 3 giorni fa
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La 24 ore di Le Mans 2026 si è chiusa con il ritorno al successo di Toyota e, al netto del risultato in sé, credo che questa sia una vittoria che racconti qualcosa di diverso rispetto alle precedenti affermazioni dei giapponesi. Non tanto — o non soltanto — per il fatto di aver interrotto il dominio recente Ferrari, quanto per il modo in cui è arrivata.
Per la prima volta dopo parecchi anni, infatti, ho avuto la sensazione di vedere Toyota vincere senza dover necessariamente appoggiarsi ad una superiorità schiacciante o ad una situazione particolare di contesto. Hanno semplicemente fatto la gara migliore.
La TR010 #7 di Kobayashi, De Vries e Conway si è imposta davanti ad una BMW #20 arrivata sorprendentemente vicina e all’altra Hypercar giapponese, che per lunghi tratti della corsa era sembrata addirittura la candidata più credibile alla vittoria.
Molti si fermeranno alla strategia, alla gestione del traffico, alle decisioni del muretto e al fatto che Toyota, come spesso accade, abbia sbagliato poco o nulla. Tutto corretto. Però secondo me si rischia di guardare il risultato al contrario. Toyota non ha vinto perché ha gestito meglio. Toyota ha potuto gestire meglio perché aveva probabilmente il pacchetto più completo sulla distanza.
Che non significa avere la macchina più veloce, anzi.
Guardando i dati superficiali — velocità massime, allunghi e settori più dipendenti dalla potenza — la TR010 non sembrava avere un vantaggio evidente. In alcuni momenti, soprattutto nella notte, Cadillac è sembrata persino superiore. La differenza però stava altrove. La sensazione è che Toyota fosse semplicemente nella condizione di poter scegliere quando spingere.
E quando una macchina riesce ad abbassare il ritmo di gara o ad alzarlo di tre decimi al giro senza entrare fuori finestra, su una 24 ore cambia completamente il modo in cui costruisci la corsa.
Uno degli aspetti che si è visto meno nei numeri ma molto negli onboard riguarda il comportamento sui cordoli.
Nelle ultime chicane le TR010 entravano in modo molto più aggressivo rispetto alla concorrenza. Non tanto per spettacolarità, quanto per efficacia. Riuscivano a percorrere meno strada e soprattutto a farlo senza compromettere stabilità e piattaforma.
Può sembrare un dettaglio, ma non lo è. Perché Le Mans è una gara che spesso si racconta con le top speed, quando in realtà si decide anche in tutti quei punti dove riesci a non perdere tempo. Non a caso il primo settore è stato uno dei pochi dove Toyota sembrava realmente fare la differenza.
E qui entra anche il tema pneumatici. Le nuove Michelin hanno probabilmente cambiato qualche equilibrio più di quanto si stia raccontando. Toyota sulle soft non ha mai dato l’impressione di essere dominante, mentre sulle medie — che poi sono state il riferimento della gara — sembrava semplicemente nella finestra ideale.
Nel momento in cui riesci a fare stint lunghi senza perdere prestazione e mantieni la possibilità di abbassare il cronometro quando serve, inizi automaticamente a poter rischiare di più con tutto il resto.
Per questo motivo, considero questa una vittoria molto più pesante delle precedenti.
Dietro ai giapponesi, il risultato che probabilmente lascia più riflessioni è quello di BMW: secondi a 10”, che sembra poco. Ed in effetti lo è. Perché arrivare così vicini alla vittoria a Le Mans significa inevitabilmente iniziare a chiedersi dove si poteva fare qualcosa in più.
L’M-Hybrid V8 si è confermata una macchina cresciuta tantissimo in questa configurazione e continuo a pensare che, col senno di poi, qualcosa abbiano lasciato sul tavolo.
Molti stanno attribuendo tutto all’ultima safety car, mentre non sono completamente d’accordo. Guardando il passo ideale e il tempo perso ai box dalle Toyota, il margine per giocarsela sembrava esserci. Il punto è che BMW dava l’impressione di essere molto forte nella parte iniziale dello stint, mentre Toyota sembrava crescere quando la gomma iniziava a degradare. E alla lunga quella differenza si è vista.
Discorso simile per Cadillac, che per lunghi tratti della notte erano sembrati addirittura i favoriti. Con le soft e temperature più basse la V-Series.R era probabilmente la macchina più efficace del lotto, poi però la gara è cambiata.
Le medie sono tornate protagoniste, le temperature si sono alzate e il confronto con Toyota è diventato molto più complicato. Il ritiro della #38 ha completato il quadro.
Resta comunque la sensazione di una grossa occasione persa.
Quinta Ferrari con la #51 di Pier Guidi, Giovinazzi e Calado. Onestamente non credo siano stati realmente in gara per la vittoria. Weekend complicato, gara poco lineare, ma soprattutto una competitività che non sembrava sufficiente per attaccare davanti.
E qui torna il discorso gomme. Negli ultimi anni Ferrari aveva costruito parte del proprio vantaggio anche sulla capacità di sfruttare certe mescole in modo più efficace rispetto agli altri. Quest’anno quel vantaggio si è perso.
Non significa che aver perso un secondo al giro o che la 499P sia improvvisamente diventata una macchina mediocre — come qualcuno già sta raccontando — ma semplicemente che il vantaggio relativo sembra essersi ridotto.
Male Alpine, che sin dall’inizio è sembrata in difficoltà nella gestione energia per stint. Velocità presente, ma gara troppo condizionata dal dover continuamente amministrare.
Aston porta a casa una top ten onesta.
Peugeot invece continua a dare l’impressione di essere intrappolata in un concetto che a Le Mans fatica semplicemente ad esprimersi. Continuo a leggere confronti con Spa che secondo me hanno poco senso, sono piste troppo diverse.
A Le Mans, per pareggiare il deficit in certe aree, dovresti concedere vantaggi che diventerebbero ingestibili altrove.
Molto bene invece Genesis, nonostante il risultato finale racconti solo in parte quanto fatto vedere.
© Simone Marchetti Cavalieri



