top of page

TECNOLOGIA SENZA EROI?

  • Immagine del redattore: Simone Marchetti Cavalieri
    Simone Marchetti Cavalieri
  • 15 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min


Qualche tempo fa avevo espresso una fiducia cauta nei confronti della Formula 1 del 2026. I dubbi sul nuovo regolamento erano evidenti, così come i richiami a stagioni tecniche già viste altrove, ma ero convinto che prima di giudicare servisse attendere la pista. Oggi, dopo i primi reali riscontri in Bahrain, quella fiducia vacilla in modo deciso.


Non si tratta soltanto di imperfezioni fisiologiche da inizio ciclo regolamentare. Le sensazioni che emergono sembrano più profonde. Alcuni limiti potranno essere mitigati con lo sviluppo, altri invece paiono radicati nelle fondamenta stesse del progetto. E tra tutti gli aspetti tecnici, quello che più mi preoccupa non riguarda tanto la velocità pura, quanto il ruolo del pilota.


Anche Lewis Hamilton e Max Verstappen hanno lasciato intendere perplessità simili. Ed è difficile ignorarle.


Il motorsport nasce dall’equilibrio tra macchina e uomo. Cambiano le categorie, cambia la tecnologia, ma ciò che resta è la capacità dell’atleta di spingersi oltre il limite teorico del mezzo. È questo che costruisce il mito, che rende indimenticabile un sorpasso, che trasforma una semplice gara in racconto epico. Non la gestione dei parametri, non il bilancio energetico calcolato al millisecondo.


Se il talento diventa principalmente la capacità di amministrare l’energia, di alzare il piede in curva per accumulare carica in vista del rettilineo successivo, qualcosa si incrina. Non serve un fuoriclasse per risparmiare. Serve un fuoriclasse per rischiare mezzo chilometro orario in più in percorrenza.


Non è nostalgia. Il progresso tecnologico è inevitabile e, in molti casi, necessario. Ma quando l’innovazione finisce per comprimere la dimensione sportiva, il rischio è quello di perdere l’essenza stessa della disciplina.


Dal punto di vista tecnico, la scelta che suscita maggiori perplessità è l’assenza dell’MGU-H. Era un sistema complesso, costoso, pesante. Ma garantiva continuità energetica, equilibrio, flessibilità strategica. Affidarsi quasi esclusivamente al recupero cinetico sembra non offrire lo stesso margine operativo. E il Bahrain, sulla carta, è uno dei tracciati più favorevoli per questo tipo di architettura. Cosa accadrà altrove, dove le fasi di frenata sono meno incisive?


Colpisce anche una certa tendenza, tipica della Formula 1, a non valorizzare le esperienze maturate in altre categorie. Il WEC, nei primi anni 2010, aveva sviluppato prototipi ibridi estremamente sofisticati, con una ripartizione della potenza quasi paritaria tra motore termico ed elettrico. Erano vetture complesse ma spettacolari, velocissime e capaci di offrire gare combattute e coinvolgenti.


Oggi, con monoposto teoricamente più leggere, pneumatici più performanti e sistemi aerodinamici raffinati, il quadro che si intravede è quello di vetture costrette a modulare il ritmo in funzione dell’energia disponibile. Non è tanto il cronometro a preoccupare, quanto la modalità con cui si ottiene la prestazione.


Ben vengano auto meno esasperate aerodinamicamente, meno “incollate” al suolo e più impegnative da guidare. Ma non monoposto che debbano rinunciare alla piena espressione del potenziale per sopravvivere energeticamente nell’arco del giro.


In questo contesto, il ruolo di Stefano Domenicali diventa centrale. Avrebbe potuto rappresentare un punto di equilibrio tra l’anima sportiva della Formula 1 e la legittima esigenza commerciale della proprietà. Un mediatore capace di mantenere alto il livello tecnico senza sacrificare lo spettacolo autentico.


È chiaro che esistano equilibri industriali complessi, nuovi costruttori da coinvolgere e obiettivi di sostenibilità da rispettare. Tuttavia, viene spontaneo domandarsi se non fosse possibile delineare un regolamento più armonico, meno sbilanciato verso una gestione energetica che rischia di soffocare la componente agonistica.


Mi auguro che lo sviluppo riesca a smentire queste impressioni iniziali. Ma la sensazione è che il 2026 non rappresenti soltanto una nuova era tecnica, bensì un cambiamento di paradigma. E quando cambia il paradigma, non sempre si va nella direzione giusta.



© Simone Marchetti Cavalieri

 
 

© Cavalieri Garage® & Co.
Privacy Policy - Cookie Policy - Note Legali

Cavalieri Garage® & Co. non è sponsorizzata, associata, approvata, promossa né affiliata in alcun modo ai marchi automobilistici menzionati. I marchi, gli emblemi e gli altri prodotti citati sono marchi registrati dei rispettivi proprietari. Qualsiasi riferimento a nomi di brand o ad altri marchi registrati è effettuato esclusivamente a scopo informativo. Cavalieri Garage® & Co. si occupa del restauro e della modifica di vetture esistenti per conto dei propri clienti, avvalendosi di officine autorizzate. Cavalieri Garage® & Co. non produce né commercializza automobili. Tutti i programmi di formazione sono riservati ai membri di Cavalieri Garage Motorsport ASD. La sezione magazine non costituisce una testata giornalistica, in quanto aggiornata senza periodicità regolare. Pertanto, non può essere considerata un prodotto editoriale ai sensi della legge italiana n. 62 del 3 luglio 2001.

  • Instagram
  • LinkedIn
bottom of page