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QUANDO LA REALTÀ SUPERA L'IDEOLOGIA

  • Immagine del redattore: Simone Marchetti Cavalieri
    Simone Marchetti Cavalieri
  • 17 dic 2025
  • Tempo di lettura: 2 min


Che le auto a combustione interna continueranno a esistere anche oltre il 2035 non è una sorpresa, né una vittoria ideologica di qualcuno sull’altro. È, molto più banalmente, la presa d’atto di una realtà che il mercato aveva già espresso con chiarezza, mentre la politica faceva finta di non ascoltare.


L’Unione Europea si è trovata costretta ad ammettere ciò che era sotto gli occhi di tutti fin dall’inizio: la transizione così come era stata immaginata non reggeva alla prova dei fatti. Non per mancanza di tecnologia, non per arretratezza culturale, ma per un elemento che si è preferito trattare come un fastidio marginale: le persone.


Il nodo è sempre stato lì. Al cliente medio si è chiesto di abbandonare un oggetto arrivato a un livello di maturità quasi definitivo — immediato, affidabile, flessibile — per abbracciarne uno che richiede tempi, infrastrutture, pianificazione e una dose di pazienza che non tutti possono o vogliono permettersi. Il risultato era scritto. Non per cattiveria, non per negazionismo ambientale, ma per semplice incompatibilità tra narrazione e vita quotidiana.


Si è insistito lo stesso, perché ammettere l’errore avrebbe significato mettere in discussione un racconto morale prima ancora che industriale. L’auto termica era diventata il “male assoluto”, e come tutti i mali assoluti andava eliminata senza se e senza ma. Peccato che la realtà, quella concreta, non funzioni per decreti etici. Si può teorizzare un mondo senza automobile, ma poi bisogna viverlo davvero. E quasi nessuno era disposto a farlo.


Così si è scelto il silenzio. Nessuno voleva essere quello che alzava la mano per dire che forse l’ecologia a ogni costo stava producendo effetti contrari a quelli desiderati. Meglio continuare a dichiarare fedeltà alla decarbonizzazione, anche mentre il sistema mostrava evidenti segni di corto circuito. Perché il coraggio, quando manca, non si improvvisa. E soprattutto non si genera per decreto.


Il 2035 resta una data simbolica, ma non più una linea di confine ideologica. È il momento in cui, finalmente, l’ovvio ha smesso di essere indicibile. E in fondo, più che una sconfitta, è una tardiva ammissione di realtà. Alla buonora.



© Simone Marchetti Cavalieri

 
 

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