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PERCHÈ IL FUTURO DELLA FORMULA 1 POTREBBE NON ESSERE COSÌ NERO

  • Immagine del redattore: Simone Marchetti Cavalieri
    Simone Marchetti Cavalieri
  • 10 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min


Il mondiale di Formula 1 entra nel suo rush finale: tre gare per decidere un campionato che, dopo un avvio dominato dalla McLaren, si è improvvisamente riaperto. Eppure, nonostante l’equilibrio in classifica, la stagione 2025 non verrà ricordata per lo spettacolo in pista. Con la fine dell’attuale ciclo regolamentare ormai alle porte, sembra quasi che queste vetture abbiano tradito la loro promessa iniziale: favorire i sorpassi e le battaglie ravvicinate. Paradossalmente, in un anno in cui il divario tra la prima e l’ultima monoposto è stato il più ridotto di sempre, si vedono sempre meno duelli veri e sempre più difficoltà nel seguire l’avversario da vicino.


Le cause sono molteplici, ma la conclusione è semplice: il concetto di “effetto suolo” applicato alla F1 moderna non ha funzionato come sperato. Ecco perché l’arrivo del nuovo regolamento 2026 rappresenta uno spartiacque. Molti lo criticano ancora prima di vederlo in azione, ma a differenza di molti osservatori, io non sono affatto pessimista. Anzi, credo ci siano motivi per essere moderatamente ottimisti.


La principale preoccupazione riguarda la power unit, che dal 2026 sarà divisa a metà tra componente termica ed elettrica. Un cambiamento radicale, certo, ma necessario: l’attuale architettura risale al 2014, un’epoca in cui l’auto elettrica era un’eccezione, non la norma. Nel frattempo il mondo è cambiato, e anche la Formula 1 deve farlo. D’altronde, soluzioni simili erano già state sperimentate dieci anni fa nel WEC, con le LMP1 ibride che superavano i 1000 cavalli combinati. Quelle vetture offrivano gare spettacolari, e nonostante un’elevata complessità tecnica, riuscivano a coniugare velocità, efficienza e competizione.


Le future F1 dovranno fare i conti con il maggiore drag aerodinamico, ma le ali attive — per quanto controverse — aiuteranno a compensare. Si vedrà più “lift and coast”, sì, ma questa pratica non è affatto nuova: già oggi i piloti sono costretti a gestire consumo di carburante, gomme e freni. Farlo anche per recuperare energia non cambierà la natura delle corse, anzi, potrebbe persino rendere la gestione più strategica.


Dal punto di vista aerodinamico, il ritorno del fondo piatto e l’abbandono degli assetti estremi sono passi nella giusta direzione. Le monoposto saranno più leggere, più strette, più corte e meno sensibili alle variazioni di altezza e ai cordoli. In sostanza, più maneggevoli e meno “delicate”. Questo potrebbe restituire ai piloti un maggior margine d’interpretazione nella guida, oltre a rendere possibili gare sul bagnato più autentiche e meno condizionate dal rischio di perdita improvvisa di carico.


Il nuovo regolamento non è perfetto, e probabilmente non soddisferà chi sogna un ritorno alle F1 “puriste” dei primi anni 2000. Ma nel contesto attuale — tra esigenze ambientali, limiti economici e sviluppo tecnologico — è un compromesso logico e coerente. L’ibrido resterà la zavorra ideologica della Formula 1 moderna, ma è anche ciò che ne garantisce la sopravvivenza industriale.


È vero: le gare di un tempo, quelle del 2006 o del 2007, avevano un’intensità che oggi sembra perduta. I piloti spingevano davvero al massimo, giro dopo giro, e la lotta era una questione di talento più che di gestione. Ma quel mondo non esiste più. In questo scenario, il regolamento 2026 non è la panacea, ma potrebbe essere un nuovo equilibrio: una Formula 1 meno artificiale, più compatta, più coerente con i tempi — e magari, finalmente, un po’ più umana.



© Simone Marchetti Cavalieri

 
 

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