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LA FIA E L'ARTE DELL'INCOERENZA

  • Immagine del redattore: Simone Marchetti Cavalieri
    Simone Marchetti Cavalieri
  • 29 ott 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 5 giorni fa



La gara di Hamilton in Messico non passerà agli annali per il ritmo, ma per ciò che l’ha condizionata: due episodi tanto chiari quanto discutibili. Il primo è la partenza, dove Lewis conquista meritatamente la seconda posizione mentre attorno a lui si tagliano curve senza troppi scrupoli. Il secondo è la penalità inflitta nel duello con Verstappen, che ha finito per rovinargli la corsa.


Partiamo da quest’ultima. La sanzione arriva per non aver seguito la “stradina di rientro” dopo un’escursione fuori pista: un tratto minuscolo, con un angolo che definire assurdo per una F1 è poco. Regole alla mano, nulla da dire; ma la logica, quella sì, lascia più di qualche dubbio. Episodi simili, spesso molto più pericolosi, non hanno mai portato a conseguenze. Il problema, però, non è tanto la decisione in sé, quanto il modo in cui si è arrivati a quella situazione.


L’attacco di Verstappen in curva 1 è di un’aggressività estrema. Dalle immagini onboard si vede chiaramente: lascia i freni e si butta verso Hamilton, che allarga leggermente lo sterzo per evitare il contatto e concedergli spazio. Ma l’olandese lo accompagna comunque fuori, mettendo a sua volta le ruote oltre la linea bianca. Lewis rimane in pista, Max no. Eppure, nella curva successiva, è proprio Verstappen a tagliare.


Da lì nasce la sequenza che porterà alla penalità: Hamilton sfrutta la scia e tenta la staccata in curva 3, ma Verstappen replica, ancora una volta lasciando i freni. Questa volta Lewis taglia, mentre Max finisce largo, con tutte e quattro le ruote fuori dai limiti della pista. Nel rientrare, Verstappen chiude Russell spingendolo sull’erba, e Bearman ne approfitta per passare.


Nel frattempo, Hamilton rallenta chiaramente dopo il taglio, pronto a restituire la posizione. Ma alle sue spalle arriva una Haas: per non farsi infilare, Lewis riaccelera. Eppure è proprio in quel momento che gli viene assegnata la penalità per “vantaggio indebito”. Difficile capire quale vantaggio, considerando che di fatto ha perso terreno.


E allora, viene da chiedersi: possibile che in tutto questo caos, l’unico da penalizzare sia Hamilton? Davvero solo lui ha guadagnato qualcosa? Se in curva 1 non esiste una via di fuga regolamentare, tagliare sull’erba diventa accettabile? È pericoloso solo farlo in curva 3? E lasciare i freni per usar l’avversario come sponda, invece, è ritenuto corretto?


Non erano forse le nuove direttive FIA nate proprio per evitare manovre di questo tipo? E perché certi comportamenti, quando arrivano da Verstappen, sembrano sempre “tollerabili”, se non addirittura giustificabili?


Non è una questione di tifo. È una questione di coerenza. Verstappen resta un talento straordinario, ma il suo modo di interpretare i duelli è sempre lo stesso: aggressivo fino al limite, e spesso oltre. È il suo stile, e funziona — ma quando a pagare il prezzo di questa aggressività sono sempre gli altri, il confine tra abilità e impunità diventa pericolosamente sottile.



© Simone Marchetti Cavalieri

 
 

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