L'IRRUENZA DI MAX, CON IL SENNO DI POI
- Simone Marchetti Cavalieri

- 15 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Il paradosso di questa stagione è evidente: abbiamo avuto un mondiale combattuto e appassionante, pur all’interno di un campionato in cui le gare, una dopo l’altra, si sono rivelate sempre più prevedibili. Se la lotta è rimasta viva fino in fondo, gran parte del merito va attribuita a Max Verstappen. Dopo la pausa estiva, l’olandese ha stravolto uno scenario che sembrava già definito, infilando una sequenza impressionante: sei vittorie e tre podi nelle ultime nove gare, un rendimento semplicemente impensabile solo qualche mese prima.
Ho sempre preso le distanze dalla narrazione del pilota che vince “contro” la macchina. In Formula 1 non funziona così: non si domina per caso, nemmeno se sei il migliore. E Verstappen, oggi, è senza discussioni il riferimento assoluto. Ma anche i fuoriclasse, in ogni categoria, hanno bisogno del contesto giusto: lo dimostra Marquez, che per tornare al vertice ha dovuto cambiare moto. Già dopo Miami avevo sottolineato come la Red Bull non mi sembrasse affatto la vettura disastrosa raccontata da molti. Non vedevo un divario così netto rispetto alla McLaren, soprattutto su certi tracciati e in determinate condizioni. Questo non significa sostenere che la RB21 fosse superiore nella seconda metà di stagione, ma davvero possiamo definirla inadeguata? In qualifica, soprattutto, si è dimostrata più che competitiva, e quest’anno partire davanti ha fatto una differenza enorme.
Anche sul passo gara e sul degrado gomme, il margine McLaren si è progressivamente ridotto, complice una Pirelli sempre più prudente nelle scelte, con mescole dure spesso poco utilizzabili. A questo punto arriva l’obiezione classica: se la macchina era così valida, perché Tsunoda resta sempre così lontano? La risposta è nota. Verstappen fa la differenza perché ha una sensibilità fuori scala e guida su assetti estremi, spesso ingestibili per chiunque altro. Ma va anche detto che Yuki, in più occasioni, è stato di fatto usato come banco prova. A Interlagos, ad esempio, ha sperimentato assetti diversi, anche durante la sprint, per fornire dati utili a Max in vista della gara. Anche senza queste dinamiche, il confronto sarebbe stato a senso unico; aggiungendo tutto il resto, i distacchi diventano inevitabilmente pesanti.
Fin qui l’analisi tecnica. Ma c’è un altro aspetto, più scomodo, che va affrontato. Col senno di poi — che rende tutti più lucidi — questo mondiale Verstappen lo ha perso anche per responsabilità proprie. Ho già spiegato perché, pur riconoscendone la grandezza assoluta, faccio fatica ad apprezzarlo fino in fondo: i suoi eccessi in pista finiscono spesso per macchiare imprese straordinarie. Perdere punti per un errore del team è una cosa, buttarli via per un gesto istintivo e gratuito è un’altra.
L’episodio del Messico è emblematico: il duello esasperato con Hamilton, il tentativo di portarlo fuori pista, il conseguente traffico, il tempo perso dietro Bearman. Tutti fattori che, nel finale, gli sono costati un secondo posto praticamente garantito. Non si tratta di normali errori di gara o di contatti sfortunati, che in una stagione lunga possono capitare. Si tratta di scelte impulsive, di quelle che Verstappen continua a fare da sempre. Ed è legittimo pensare che proprio questi eccessi, alla fine, abbiano avuto un peso enorme nella corsa al titolo.
Lasciamo da parte la retorica del “motorsport puro”. Certi comportamenti li vediamo solo in quel contesto, e anche nell’ultimo weekend ne abbiamo avuto l’ennesima conferma, con Tsunoda e i piloti Racing Bulls chiaramente indirizzati dal box in una difesa aggressiva su Norris.
Max è questo, lo sappiamo: prendere o lasciare. Ma con una Red Bull ritrovata oltre ogni aspettativa e una McLaren spesso discutibile nella gestione, quegli scatti di rabbia agonistica rischiano di trasformarsi, col tempo, nel rimpianto più grande.
Sempre col senno di poi, ovviamente.
© Simone Marchetti Cavalieri



