IL SIMULATORE NON SOSTITUISCE LA PISTA E PROPRIO PER QUESTO È FONDAMENTALE
- Simone Marchetti Cavalieri

- 1 giorno fa
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Uno degli argomenti che ciclicamente riemerge nel motorsport moderno riguarda l’utilità dei simulatori. C’è chi continua a liquidarli come un semplice videogioco evoluto, sostenendo che nulla possa sostituire un vero test in pista. Ed è un’affermazione sulla quale, in parte, è difficile non condividere: nulla sostituisce realmente la pista. Il punto, però, è che nessuno degli addetti ai lavori ha mai sostenuto il contrario.
La realtà è un’altra. I test privati sono sempre più contingentati, i regolamenti limitano chilometri, giornate e possibilità di sviluppo, mentre il tempo a disposizione durante un weekend di gara è ridotto al minimo indispensabile. In un contesto del genere, il simulatore non nasce per imitare la pista in maniera perfetta, ma per rappresentare la migliore alternativa disponibile.
Ed è proprio questo che molti sembrano non comprendere.
Recentemente ha fatto discutere la posizione di Lewis Hamilton, che ha dichiarato di utilizzare il simulatore molto meno rispetto ad altri piloti nella preparazione dei weekend di gara. Una scelta assolutamente legittima, che riguarda il suo metodo di lavoro e il modo in cui preferisce costruire il feeling con la vettura. Ma sarebbe un errore trasformare questa preferenza personale in una presunta dimostrazione dell'inutilità della simulazione.
Ogni pilota è libero di decidere quanto integrare il simulatore nella propria preparazione, ma il ruolo del virtuale va ben oltre le ore trascorse al volante del sistema driver-in-the-loop da chi poi scende in pista. Il simulatore è prima di tutto uno strumento di progettazione e sviluppo: serve a costruire la monoposto, a validare modelli matematici, a confrontare migliaia di configurazioni, a generare nuovi dati partendo da quelli raccolti in pista e a verificare correlazioni che, diversamente, richiederebbero settimane di test impossibili da effettuare e tempistiche impossibili da sostenere.
Ridurre tutto questo a "da quando Hamilton lo usa meno ha migliorato il suo rendimento in pista, quindi è inutile" significa osservare soltanto l'ultimo anello di una catena tecnica immensamente più complessa.
Se i simulatori fossero realmente inutili, le squadre di Formula 1 non investirebbero decine di milioni di euro nello sviluppo di infrastrutture dedicate, software proprietari e personale altamente specializzato. Nessun team prenderebbe decisioni sull’assetto, sulla correlazione aerodinamica, sulle strategie di sviluppo o sulla validazione dei componenti con la rapidità richiesta dalle dinamiche del motorsport moderno, basandosi su strumenti incapaci di produrre dati attendibili.
Il fatto stesso che i test siano limitati spiega perché il simulatore sia diventato così centrale, non perché sia inefficace. Anzi, è esattamente il contrario: più diminuisce il tempo disponibile in pista, maggiore diventa il valore di ogni informazione ottenuta virtualmente.
Naturalmente il simulatore presenta dei limiti. Le sensazioni fisiche non sono identiche, la percezione del grip evolve diversamente e alcune variabili reali rimangono tutt’ora impossibili da replicare con assoluta fedeltà. Ma questa non è una scoperta rivoluzionaria: è semplicemente il motivo per cui esistono ancora i test e tre ore di prove libere a Gran Premio.
Pretendere che un simulatore debba riprodurre il 100% della realtà per essere considerato utile significa applicare un criterio che nessun addetto ai lavori utilizzerebbe mai. In ambito tecnico si cerca lo strumento che offre il miglior rapporto tra precisione, costi, tempo e possibilità di sviluppo.
Significa, molto semplicemente, essere la miglior tecnologia disponibile.
E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Sempre più aggiornamenti arrivano in pista già validati digitalmente, le correlazioni tra CFD, simulatore e dati raccolti durante i weekend di gara sono diventate un elemento fondamentale dello sviluppo, mentre i piloti trascorrono centinaia di ore al simulatore preparando circuiti e procedure che poi ritrovano quasi identiche una volta abbassata la visiera.
Il simulatore non è diventato importante perché la Formula 1 si sia improvvisamente dimenticata come si guida una monoposto vera. È diventato indispensabile perché il regolamento ha reso ogni chilometro in pista estremamente prezioso. In questo scenario, poter arrivare al venerdì con settimane di lavoro già svolte virtualmente rappresenta un vantaggio competitivo enorme.
Chi continua a considerare il simulatore poco più di un videogioco, probabilmente, confonde ancora il mezzo con lo scopo. La simulazione non esiste per sostituire la realtà, ma per avvicinarvisi abbastanza da permettere di prendere decisioni migliori.
E, considerando quanto costa sbagliare oggi in Formula 1, è evidente che quei dati abbiano un valore ben superiore a quello che molti, da fuori, continuano ad attribuirgli.
© Simone Marchetti Cavalieri



