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IL MOTORSPORT È ANACRONISTICO?

  • Immagine del redattore: Simone Marchetti Cavalieri
    Simone Marchetti Cavalieri
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min


L'automobilismo nasce da un mondo che effettivamente non esiste più. All'inizio del Novecento correre significava dimostrare che un'automobile fosse più veloce, resistente e tecnicamente valida di un'altra. La competizione aveva un rapporto quasi diretto con il progresso della mobilità. Oggi questo legame è molto più debole: la società non ha bisogno di una monoposto da 350 km/h per capire come dovrà muoversi nel futuro, e molte delle questioni centrali della mobilità contemporanea — congestione, sicurezza, costo energetico, trasporto pubblico, urbanizzazione — hanno poco a che vedere con chi percorre un circuito più velocemente.


Ma sarebbe un errore concludere da questo che il motorsport abbia perso la propria ragion d'essere. Sarebbe come sostenere che la vela sia anacronistica perché abbiamo inventato le navi a motore, che l'equitazione non abbia più senso perché non ci spostiamo a cavallo o che lo sci sia inutile perché esistono modi molto più efficienti per scendere da una montagna. Lo sport non deve necessariamente giustificare la propria esistenza attraverso l'utilità.


Anzi, sotto questo aspetto il motorsport sta semplicemente completando una trasformazione già avvenuta altrove: da dimostrazione tecnologica necessaria a competizione culturalmente autonoma.


C'è poi un paradosso interessante: più l'automobile quotidiana diventa elettrificata, automatizzata, digitalizzata e progressivamente meno coinvolgente, più il motorsport potrebbe acquistare valore proprio come conservazione deliberata di qualcosa che nella mobilità normale sta scomparendo. Il cambio manuale è tecnologicamente superato in moltissimi contesti, ma questo non rende meno desiderabile guidare un'auto storica con tre pedali.


Allo stesso modo, fra trent'anni potremmo tranquillamente vivere in città piene di veicoli autonomi e continuare a guardare venti persone guidare automobili da corsa alimentate da carburanti sintetici. Non ci sarebbe necessariamente una contraddizione.


Dove invece il motorsport rischia davvero di diventare anacronistico è quando tenta disperatamente di dimostrare di non esserlo. Una parte della comunicazione contemporanea sembra quasi voler chiedere scusa per l'esistenza stessa delle corse: ogni tecnologia deve avere una ricaduta stradale, ogni categoria deve raccontarsi come laboratorio della mobilità sostenibile, ogni scelta deve essere giustificata attraverso una qualche utilità futura.


È una posizione culturalmente fragile, perché accetta implicitamente l'idea che una corsa automobilistica abbia bisogno di una giustificazione industriale per esistere.


Non necessariamente. Una 24 Ore di Le Mans può avere valore tecnologico, certamente. Ma può avere valore anche semplicemente perché mettere uomini e macchine al limite per ventiquattro ore produce una competizione straordinaria. Esattamente come non chiediamo alla maratona di sviluppare nuove modalità di trasporto pedonale.


Rimane naturalmente la questione ambientale. Qui la critica è più seria, ma va contestualizzata: l'impatto di un campionato non coincide soltanto con il carburante bruciato dalle auto durante la gara. Esistono logistica internazionale, trasporto di personale e materiali, produzione delle vetture, infrastrutture e soprattutto mobilità del pubblico. Per questo ridurre il dibattito a "motore termico = motorsport insostenibile" è piuttosto semplicistico. E proprio carburanti sintetici, elettrificazione, idrogeno e sistemi ibridi possono permettere alle competizioni di continuare senza necessariamente trasformarle nella replica della mobilità urbana.


La questione diventa ancora più interessante guardando il motorsport dal lato umano. In un mondo che tende progressivamente a rimuovere l'uomo dalla guida, le corse continuano invece a costruire il proprio significato attorno all'uomo che guida. Errore, rischio, sensibilità, adattamento, coraggio, gestione della pressione: sono caratteristiche inefficienti dal punto di vista della mobilità, ma fondamentali dal punto di vista dello sport.


Il motorsport potrebbe diventare tecnologicamente meno rappresentativo della mobilità quotidiana ma culturalmente ancora più significativo proprio per questa distanza. La Formula 1 del 2050 potrebbe avere con l'automobile che utilizzeremo tutti i giorni lo stesso rapporto che oggi una competizione velica ha con un traghetto: pochissimo dal punto di vista dell'utilizzo, moltissimo dal punto di vista della sfida tecnica e umana.


Perciò direi che il motorsport anacronistico non lo sia affatto. È anacronistica l'idea che debba continuare a essere necessariamente una rappresentazione del futuro dell'automobile.


Forse il passaggio culturale che ancora fatichiamo ad accettare è proprio questo: per oltre un secolo abbiamo corso perché l'automobile rappresentava il futuro. Domani potremmo continuare a correre semplicemente perché ci piace correre.


E, paradossalmente, potrebbe essere una giustificazione molto più solida.



© Simone Marchetti Cavalieri

 
 

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