IL FUTURO DELLE SPORTIVE È SEMPRE PIÙ ESCLUSIVO


Negli ultimi giorni sono state presentate due automobili particolarmente attese: la nuova Porsche Mission S e la Tesla Roadster, tornata a far parlare di sé dopo il prototipo mostrato nel 2017 e mai arrivato alla produzione. Inevitabilmente, social network e testate specializzate si sono riempiti di immagini, video, approfondimenti e commenti su queste due vetture.
A mio avviso, però, queste presentazioni raccontano molto più delle caratteristiche tecniche di due automobili da sogno. Rappresentano due esempi piuttosto evidenti della direzione che sta prendendo l'industria automobilistica mondiale.
Da una parte Porsche, un costruttore storico che negli ultimi anni ha investito moltissimo, probabilmente troppo, nell'elettrificazione della propria gamma, anche a causa di politiche europee che considero profondamente discutibili. Un marchio oggi alle prese con una crisi commerciale e, per certi versi, d'identità, che sembra intenzionato a rivedere alcune delle proprie scelte. Dall'altra Tesla, il costruttore elettrico per eccellenza, con Elon Musk che continua a proporre una visione dell'automobile proiettata verso il futuro, puntando su una tecnologia che, nel mercato globale, rappresenta ancora una quota minoritaria.
Ma è osservando le due vetture nello specifico che emerge l'aspetto più interessante.
La Mission S sembra confermare quanto il segmento delle sportive e delle supercar sia poco disposto ad accogliere la propulsione completamente elettrica, nonostante le prestazioni straordinarie che quest'ultima è in grado di garantire. La Roadster, al contrario, dimostra quanto sia difficile rendere davvero desiderabile una supersportiva a batteria facendo leva esclusivamente su potenze esagerate e accelerazioni impressionanti. Per attirare l'attenzione occorre ormai promettere qualcosa di ulteriore, arrivando persino a ipotizzare soluzioni difficilmente immaginabili nell'utilizzo reale, come la possibilità di far volare un'automobile.
Il punto è che siamo arrivati a un livello tecnologico nel quale le prestazioni assolute non rappresentano più necessariamente un elemento distintivo. Oggi anche vetture elettriche relativamente accessibili possono offrire accelerazioni che fino a pochi anni fa erano riservate a supercar estremamente costose. La prestazione pura è diventata molto più comune e, proprio per questo, ha perso parte della propria capacità di sorprendere.
Basti pensare alla Ferrari F80 o alla McLaren W1. Due automobili tecnologicamente straordinarie, che tuttavia non sembrano aver generato lo stesso impatto della cosiddetta Holy Trinity, composta da McLaren P1, Porsche 918 Spyder e LaFerrari. All'epoca quelle tre vetture rappresentavano un salto prestazionale enorme rispetto a gran parte della produzione automobilistica. Oggi, invece, il divario percepito è decisamente meno marcato.
Ma soprattutto, l'essenza di un'automobile sportiva ha relativamente poco a che fare con il tempo impiegato nello 0-100 km/h, nel quarto di miglio o in un giro lanciato al Nürburgring.
Chi cerca determinate sensazioni al volante non è necessariamente interessato alla vettura più veloce in assoluto. Cerca piuttosto il piacere di controllare un oggetto meccanico, possibilmente analogico, che richieda capacità, sensibilità e partecipazione da parte del guidatore. Un'automobile che dipenda da chi la conduce, e non il contrario.
Non è un caso che il mercato delle restomod stia attraversando un periodo di grande successo, così come quello di numerose sportive usate, anche relativamente recenti, appartenenti a una generazione precedente alla diffusione massiccia di sistemi elettronici di assistenza e propulsioni ibride. Automobili spesso meno efficaci sul piano prestazionale, ma capaci di restituire un coinvolgimento che molti prodotti moderni hanno progressivamente sacrificato.
Ed è proprio per questo che continuo a ritenere la supersportiva completamente elettrica un prodotto dal senso piuttosto discutibile. Non perché sia tecnologicamente inferiore, tutt'altro, ma perché difficilmente riuscirà a restituire le stesse sensazioni di una sportiva termica con un quarto della potenza e prestazioni decisamente meno impressionanti.
Naturalmente, questo ragionamento non può essere esteso indiscriminatamente a tutto il settore automobilistico. Una piccola citycar termica, per esempio, presenta ben pochi vantaggi tecnici rispetto a un'equivalente elettrica se consideriamo esclusivamente l'utilizzo urbano. Sono contesti differenti, con esigenze differenti, nei quali la medesima tecnologia non può necessariamente rappresentare la soluzione migliore.
E sembra che anche diversi costruttori stiano finalmente iniziando a comprenderlo.
Credo quindi che il futuro dell'automobile, e in parte anche quello del motorsport, sia destinato a svilupparsi lungo due percorsi paralleli, sempre più distinti e difficilmente conciliabili. Da una parte la mobilità quotidiana, orientata verso elettrificazione, efficienza e automazione. Dall'altra l'automobile sportiva, intesa come oggetto emozionale, destinata a preservare caratteristiche meccaniche e sensazioni di guida che la transizione tecnologica rischia altrimenti di cancellare.
Il problema è che questa separazione potrebbe avere conseguenze tutt'altro che positive per gli appassionati con disponibilità economiche normali.
Costruttori come Porsche sembrano aver compreso, anche attraverso errori e ripensamenti, quanto possa essere più conveniente concentrarsi su automobili di altissima gamma, prodotte in quantità limitate e caratterizzate da margini elevati, piuttosto che continuare a investire nello sviluppo di sportive relativamente accessibili.
Meno esemplari, prezzi più alti e una clientela sempre più selezionata sulla base delle proprie possibilità economiche.
Il rischio concreto è quindi quello di assistere alla progressiva scomparsa delle piccole sportive economiche, leggere e accessibili, quelle automobili che per decenni hanno permesso anche ai più giovani e a chi disponeva di risorse limitate di avvicinarsi al piacere della guida.
Se un tempo acquistare una Porsche 911 poteva rappresentare un sogno realizzabile dopo anni di lavoro e sacrifici, in futuro la distanza economica tra gli appassionati e questo genere di vetture potrebbe diventare sempre più difficile da colmare. E nella fascia inferiore del mercato rischieremo di trovare un'offerta sportiva sempre più ridotta, se non praticamente inesistente.
Il paradosso è che, mentre la tecnologia rende le prestazioni automobilistiche accessibili a un pubblico sempre più ampio, il piacere della guida sportiva tradizionale rischia di diventare un privilegio riservato a pochi.
Le automobili da sogno saranno probabilmente ancora più straordinarie, esclusive e costose. Almeno continueranno a fare rumore, e anche alcune categorie del motorsport potranno trarre beneficio dalla sopravvivenza delle motorizzazioni termiche.
Per tutti gli altri, però, le alternative potrebbero essere sempre meno.
E forse è proprio questo l'aspetto più preoccupante: non tanto la possibile scomparsa delle sportive termiche, quanto la progressiva scomparsa delle sportive termiche che una persona comune possa realisticamente permettersi.
© Simone Marchetti Cavalieri



