GLI STANDARD ARTIFICIOSI ALLA BASE DELL'IRRILEVANZA EUROPEA
- Simone Marchetti Cavalieri

- 6 ore fa
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La crisi dei grandi marchi automobilistici europei non nasce da un’improvvisa incapacità tecnica, né da una misteriosa perdita di talento. Nasce da un equivoco di fondo: l’idea che il mercato potesse essere indirizzato per decreto verso standard di elettrificazione irrealistici, nei tempi e nei modi.
Per anni si è raccontato che la trasformazione sarebbe stata lineare, inevitabile, persino entusiasmante. Bastava fissare una data, stabilire obiettivi ambiziosi, e l’industria avrebbe fatto il resto. Ma il mercato non è un’aula parlamentare: non vota per alzata di mano. Risponde a prezzo, convenienza, infrastrutture, fiducia. E soprattutto risponde ai comportamenti reali delle persone.
I brand europei si sono trovati così a correre verso una meta imposta più dalla narrativa politica che dalla maturazione organica della domanda. Hanno investito miliardi in piattaforme elettriche, riconvertito stabilimenti, ripensato intere gamme. Non per una scelta graduale dettata dal cliente, ma per la necessità di allinearsi a standard che promettevano di riscrivere il mercato nel giro di pochi anni.
Il problema è che la domanda non si è mossa con la stessa velocità dell’offerta. Le infrastrutture sono cresciute a macchia di leopardo, i costi sono rimasti elevati, l’incertezza normativa ha alimentato prudenza. Nel frattempo, l’auto tradizionale — quella che si voleva archiviare con un colpo di calendario — continuava a rappresentare per molti consumatori la soluzione più semplice, accessibile e razionale.
E così i marchi europei si sono ritrovati in una terra di mezzo pericolosa: troppo esposti sull’elettrico per tornare indietro senza perdite, troppo dipendenti ancora dai modelli termici per reggere una trasformazione accelerata. Non disorientati dalla tecnologia, ma dalla velocità imposta alla transizione.
Il risultato è una frammentazione strategica. Alcuni brand hanno puntato su gamme completamente elettriche prima che il mercato fosse pronto ad assorbirle. Altri hanno rallentato, rischiando di sembrare indecisi. Tutti, in un modo o nell’altro, hanno dovuto rincorrere obiettivi che cambiavano più rapidamente delle certezze industriali.
Nel frattempo, concorrenti extraeuropei hanno giocato una partita diversa: meno ideologica, più opportunistica. Hanno osservato, adattato l’offerta ai diversi mercati, calibrato prezzi e tecnologie con maggiore flessibilità. Mentre l’Europa cercava di guidare il mercato, altri hanno semplicemente scelto di ascoltarlo.
Non si tratta di negare la necessità della transizione energetica. Si tratta di riconoscere che forzare il ritmo oltre la capacità di assorbimento del sistema produce distorsioni. Investimenti che faticano a rientrare, stabilimenti sotto pressione, listini fuori fuoco rispetto al potere d’acquisto reale. E soprattutto una perdita di fiducia, interna ed esterna.
La decadenza di cui oggi si parla non è quindi il tramonto inevitabile di un’industria stanca. È la conseguenza di una strategia che ha confuso l’obiettivo con la tempistica, l’auspicio con la realtà. Si è pensato che fissare uno standard elevato bastasse a creare automaticamente le condizioni per rispettarlo.
Ma il mercato non si educa con le scadenze. Si convince con prodotti migliori, accessibili, coerenti con la vita quotidiana. Quando questo equilibrio si rompe, anche i marchi più solidi vacillano.
Oggi i brand europei non pagano un deficit di ingegneria. Pagano l’aver dovuto inseguire una traiettoria troppo rigida, in un contesto che richiedeva elasticità. E quando la strategia perde contatto con la realtà, non è l’ideale a crollare per primo: è la competitività.
© Simone Marchetti Cavalieri



