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BAKU: UNA QUESTIONE DI POTENZIALE

Immagine del redattore: Simone Marchetti Cavalieri
Simone Marchetti Cavalieri
8 ore fa
Tempo di lettura: 5 min


Il GP di Baku non è stato certamente uno dei più spettacolari della stagione, fatta eccezione per il confronto finale tra Max e George. Anche dal punto di vista degli argomenti emersi, però, non credo ci siano state particolari sorprese. La gara ha semplicemente confermato i rapporti di forza che era lecito aspettarsi tra i top team su un circuito con caratteristiche molto specifiche. Già prima del weekend era abbastanza prevedibile vedere McLaren e Ferrari maggiormente in difficoltà, mentre Red Bull e soprattutto Mercedes avrebbero dovuto trovarsi decisamente più a proprio agio. Alla fine è andata esattamente così.


Per questo trovo curioso il livello di delusione e di critiche che, puntualmente, si sta riversando sulla Ferrari. Sappiamo che tutto ciò che riguarda Maranello viene inevitabilmente amplificato, nel bene e nel male, ma continua a stupirmi vedere la stessa indignazione ripetersi ogni volta anche davanti a situazioni che, in realtà, erano ampiamente prevedibili.


A mio parere Ferrari ha ottenuto più o meno quello che poteva ottenere, e forse Leclerc è riuscito persino ad avvicinarsi alle Red Bull più di quanto ci si aspettasse. I limiti della PU Ferrari sono noti praticamente dall’inizio della stagione, quindi non vedo cosa ci si potesse realisticamente aspettare su una pista come Baku e in queste condizioni. Lo avevo già detto a Monza prima delle qualifiche: una delle speranze principali per Ferrari è trovare weekend nei quali vengano limitati i MJ massimi di ricarica, perché in questo modo si riduce almeno parzialmente il vantaggio delle altre PU. In particolare quello Mercedes, che continua a mostrare una gestione energetica superiore persino rispetto ai team clienti.


A Monza questa dinamica era stata piuttosto evidente. In qualifica, anche grazie alle caratteristiche della pista, i valori si erano compressi notevolmente; in gara, invece, le differenze erano tornate ad aumentare quando i MJ disponibili erano passati da 5 a 7,5. A Baku il problema non si presentava esattamente negli stessi termini, ma rimaneva un elemento fondamentale: un rettilineo semplicemente troppo lungo per le caratteristiche di queste monoposto.


Era praticamente il terreno ideale per Mercedes. Sul giro secco la squadra tedesca ha potuto sfruttare fino in fondo il proprio potenziale, mentre Ferrari aveva pochissimo con cui rispondere. Degrado praticamente nullo, pochi settori realmente guidati e tantissime curve a 90 gradi, nelle quali diventa complicato costruire differenze significative. Baku era il circuito perfetto per esaltare la PU e soprattutto l’eccezionale gestione software Mercedes, oltre che per nascondere alcuni dei principali punti deboli della Red Bull.


Non credo sia casuale, ad esempio, che McLaren abbia aspettato fino a questo momento per introdurre il primo aggiornamento veramente importante. La famosa ala reverse è stata utilizzata pochissimo e, evidentemente, non garantiva quei fantomatici 10-15 km/h di vantaggio di cui si parlava — anche se qualche “content creator”, immagino, avrà effettuato personalmente i test in galleria del vento.


A Woking hanno preferito dedicare una parte importante del lavoro iniziale alla comprensione delle nuove PU e soltanto successivamente spostare maggiormente l’attenzione verso altre aree della monoposto. Sono ancora evidentemente indietro sotto diversi aspetti del loro utilizzo, ma la MCL40 è una macchina nata bene e, quando il circuito lo permette, riesce a compensare queste lacune.


Ed è proprio qui che, secondo me, la critica alla Ferrari diventa invece legittima. Non per quello che è successo a Baku o a Monza, ma per ciò che non è stato raccolto sui circuiti realmente favorevoli alla SF-26. Tra decisioni del muretto e piloti che, alternativamente, hanno vissuto weekend non particolarmente brillanti, Ferrari ha lasciato per strada punti e risultati che erano concretamente alla sua portata.


Il vero problema della stagione, quindi, non è necessariamente la qualità della SF-26, ma il fatto di non essere riusciti a sfruttarla completamente nelle occasioni in cui avrebbe potuto fare la differenza. Le prestazioni viste a Barcellona e Silverstone non erano casuali. Il degrado era elevato, soprattutto in Spagna, mentre i MJ consentiti erano relativamente pochi: condizioni che permettevano alla Ferrari di esprimere maggiormente i propri punti di forza.


Allo stesso tempo era impensabile credere che McLaren e Red Bull non sarebbero cresciute durante la stagione. Entrambe avevano troppo potenziale ancora da estrarre. La RB22, però, continua a essere complessivamente una vettura inferiore alla SF-26, eppure è riuscita più volte a sottrarle un posto sul podio anche in weekend nei quali teoricamente non avrebbe dovuto riuscirci. Merito di Max e del lavoro Red Bull, naturalmente, ma anche conseguenza delle occasioni sprecate da Ferrari.


Il concetto, alla fine, rimane sempre lo stesso: gli altri avevano enormi margini di crescita nella propria PU, mentre Ferrari ne aveva molti meno. Si possono introdurre nuove appendici aerodinamiche, modificare il fondo e sviluppare decine di varianti, ma i guadagni ottenibili da questi interventi restano relativamente piccoli rispetto al potenziale che può essere estratto dal powertrain e dalla sua gestione.


Ed eccoci nuovamente al punto centrale: Ferrari ha realizzato una gran macchina all’interno di un regolamento nel quale, però, la PU determina una parte enorme — direi quasi il 70% — del potenziale complessivo.


C’è poi un altro elemento che accompagna Ferrari praticamente da sempre: il peso della propria fama. È qualcosa che ripeto ormai da anni. Ho sentito commentatori molto autorevoli sostenere che Leclerc, disputando una gara perfetta, avrebbe potuto addirittura vincere. Sarebbe stato difficilissimo, dicevano, ma comunque possibile.


Quando migliaia di tifosi vengono raggiunti da analisi che costruiscono aspettative di questo tipo, la delusione del giorno successivo diventa praticamente inevitabile. Poi arriva la gara, Ferrari non vince e improvvisamente sembra essere successo qualcosa di incomprensibile. Come se il giorno precedente non avesse preso otto decimi in qualifica.


Leclerc era in prima fila, è vero, ma ci era arrivato senza Kimi davanti e con Max evidentemente rallentato da qualche problema. Sono dettagli che cambiano completamente la lettura del risultato.


Lo stesso meccanismo alimenta poi le critiche a Vasseur, le presunte richieste di Hamilton delle quali non esistono conferme, le teorie sul motore messo a disposizione di Charles e tutta una serie di ricostruzioni che continuano a circolare senza elementi concreti a sostenerle. Voci nate dal nulla che, una volta ripetute abbastanza, finiscono inevitabilmente per condizionare la percezione dell’intero ambiente Ferrari.


Si continua inoltre a sottolineare come Mercedes riesca a essere costantemente competitiva pur senza aver introdotto grandi aggiornamenti visibili. Ma forse il punto è proprio questo: Mercedes ha continuato ad aggiornare e perfezionare soprattutto ciò che, con queste monoposto, conta maggiormente.


Per questo motivo in Malesia mi aspetto una Ferrari decisamente più competitiva e molto più vicina alla lotta davanti. E se succederà, probabilmente assisteremo nuovamente allo stupore generale per questa improvvisa “ritrovata competitività”.

Quando, in realtà, sarà semplicemente cambiato il campo da gioco.



© Simone Marchetti Cavalieri

 
 

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