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ANDREA DE ADAMICH 1941-2025

  • Immagine del redattore: Cavalieri Garage Magazine
    Cavalieri Garage Magazine
  • 5 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min


Se n’è andato come aveva vissuto: con discrezione, ma lasciando dietro di sé un’eco che non si spegne. Andrea De Adamich si è spento a 84 anni, un mese dopo aver festeggiato il compleanno. Pilota, giornalista, voce inconfondibile del motorsport italiano, è stato uno di quegli uomini per i quali la pista non è mai stata soltanto un luogo, ma uno stato d’animo.


Nato a Trieste nel 1941, aveva cominciato a inseguire la velocità sulle salite del Campionato Italiano Velocità Montagna, al volante di una Triumph TR3. Era il 1962, e già allora si intuiva la stoffa di chi non avrebbe mai smesso di cercare il limite. Dopo la Formula Junior e la Formula 3, arrivò il titolo italiano del 1965 e, con esso, l’ingresso nel mondo Alfa Romeo: due campionati europei Turismo consecutivi, nel ’66 e nel ’67, con la Giulia GTA.


La Formula 1 arrivò poco dopo. Il debutto fu nel 1967, in Spagna, su Ferrari, con un promettente quarto posto in una gara non valida per il mondiale. L’anno seguente fu al via del campionato, sempre con Maranello, e la sorte gli mostrò subito l’altra faccia delle corse: un incidente in Sudafrica e poi un secondo, più grave, a Brands Hatch. Tornò comunque in pista, con McLaren, March, Surtees e Brabham, trovando risultati solidi e il rispetto di tutti. Non vinse mai un Gran Premio, ma non gli servì per lasciare un segno. Il suo talento era fatto più di lucidità che di spettacolo, di tenacia che di clamore.


Nel Mondiale Prototipi, invece, arrivarono le vittorie con Alfa Romeo — a Brands Hatch e a Watkins Glen — ma il destino tornò a presentare il conto nel 1973, a Silverstone, dove un terribile incidente gli fratturò entrambe le gambe. Fu la fine della carriera da pilota, ma l’inizio di una seconda vita: quella del comunicatore.


Nel 1978 diventò il volto di Grand Prix, la trasmissione che per anni portò il profumo di benzina nelle case degli italiani. Poi la voce delle telecronache Mediaset tra il 1991 e il 1996, anni d’oro della Formula 1. Raccontò Senna e Prost con tono calmo, ironico, mai eccessivo. E quando arrivò Schumacher, ne seppe cogliere la grandezza prima ancora che diventasse leggenda.


Per molti, però, la sua voce è rimasta legata a un ricordo diverso: quello di un joystick e di un televisore acceso. Prestò infatti la voce ai videogiochi ufficiali di Formula 1 per PlayStation, dal 1997 al 2006. Bastava una sua frase — “Ha urtato Frentzen!” — per risvegliare un’intera generazione cresciuta con il sogno di correre, almeno virtualmente, su quei circuiti che lui conosceva davvero.


Ma il contributo più concreto, forse, lo lasciò fuori dai riflettori. Nel 1991 fondò il Centro Internazionale di Guida Sicura a Varano de’ Melegari, vicino Parma. Lì trasmise la sua idea più profonda di guida: che la velocità non è mai cieca, e che il vero controllo nasce dalla consapevolezza. Migliaia di piloti, tecnici e automobilisti hanno imparato da lui cosa significa sentire davvero un’auto, comprenderla, rispettarla.


Il suo metodo era tecnico ma umano, preciso ma empatico. Insegnava a frenare, certo, ma anche a capire quando non farlo. A riconoscere il confine sottile tra istinto e ragione, dove si gioca la vera differenza tra chi guida e chi semplicemente si muove. «La guida sicura non è paura, è consapevolezza», diceva spesso, e in quella frase si riassume la filosofia di un uomo che ha saputo trasformare la velocità in cultura.


Commendatore al Merito della Repubblica dal 2022, De Adamich lascia un’eredità che non si misura in trofei ma in rispetto: per le auto, per la pista, per le persone. La sua è stata una vita corsa in equilibrio perfetto tra passione e misura. E oggi, mentre il rumore dei motori sembra un po’ più lontano, resta la sua voce a ricordarci che, nella vita come in pista, una corsa non finisce davvero finché qualcuno la ricorda.



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