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ALLA FACCIA DI MOLTI

  • Immagine del redattore: Simone Marchetti Cavalieri
    Simone Marchetti Cavalieri
  • 9 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min


Le parole di Carlos Sainz dopo la gara sono risuonate come una fotografia perfetta di ciò che è stato il percorso di Lando Norris. Ha detto, in sostanza: sono felice per lui, per la persona prima ancora che per il pilota, perché ha sopportato un peso enorme — critiche dei social, giudizi affrettati dei media — senza mai nascondersi. Non è il campione “da poster”, quello impenetrabile, tutto acciaio e zero emozioni. È uno che ha mostrato i propri limiti senza paura. E proprio per questo, secondo Carlos, rappresenta un tipo di campione di cui oggi abbiamo un bisogno disperato: uno che non teme di mostrare ciò che prova.


E poi l’affondo finale: puoi essere considerato “soft”, sensibile, umano… e diventare comunque campione del mondo.


In fondo è questo il punto. Lando è stato spesso trattato come un intruso, come se la sua unica colpa fosse essere cresciuto in una famiglia ricca e aver mantenuto un carattere leggero, spontaneo, normale. In un ambiente dove la narrativa del “partito dal nulla” fa sempre comodo, un ragazzo privilegiato dà fastidio a prescindere. E così social e giornalisti non gli hanno mai risparmiato nulla.


E ve lo dice uno che è cresciuto con Schumacher, Alonso e Raikkonen nel cuore, personalità lontanissime da quella di Norris. Eppure, proprio per questo, trovo incomprensibile la quantità di ostilità che gli è piovuta addosso. Esistono vari modi di essere campioni, e quello di Lando ne è uno tanto legittimo quanto gli altri. Rifiutare questa idea è semplicemente miopia.


Da quando lavoro a stretto contatto con il mondo dei Gran Premi non tifo più nessuno (non che abbia mai “tifato” nel senso stretto del termine), ed è forse proprio per questo che quello che ho visto su Norris negli ultimi due anni mi ha colpito così tanto: critiche incoerenti, paragoni sbagliati, giudizi a senso unico. Una narrazione tossica che ha accompagnato ogni weekend di gara.


Perché l’errore di Verstappen nella Sprint in Qatar non è mai stato letto come “pressione”, mentre quello — simile ma meno grave — di Norris lo è diventato immediatamente?


Perché se Piastri prende tre o quattro decimi da Lando “c’è qualcosa che non torna”, ma se accade il contrario Oscar diventa l’iceman della situazione?


Perché Piastri è stato proclamato fenomeno dal primo minuto, mentre Norris viene ancora trattato come il figlio del miliardario “raccomandato”?


Perché una Red Bull rinata da Monza in avanti è sempre raccontata come una macchina modesta salvata dal talento di Max, mentre la McLaren, che non ha più lo stesso vantaggio, continua a essere etichettata come un’astronave?


E soprattutto: perché nel 2024 Verstappen che regge il ritorno di Norris è acclamato come glaciale e dominante, mentre oggi Lando che chiude il mondiale viene ridotto a “favorito dalla macchina”?


Non dico affatto che Norris sia al livello di Max — è evidente a tutti — ma questo non giustifica il modo in cui è stato trattato. Mai. È lo stesso schema già visto con Valentino Rossi: quando vinceva lui, leggeva la gara; quando vincevano gli altri, erano le gomme, la moto o chissà quale magia irregolare. E Stoner per anni è stato dipinto come fragile, debole, quando semplicemente stava male davvero. Solo molto tempo dopo si è iniziato a rimettere tutto nella giusta prospettiva.


È esattamente ciò che è accaduto con Norris. Ed oggi vedere molti correre ai ripari, riposizionarsi, correggere il tiro… fa quasi ridere. No: ormai è tardi. Avete passato un anno a demolirlo. Non basta applaudire adesso per cancellarlo.


Io almeno posso dire di non essere mai sceso in quel fango.

Chi mi segue lo sa bene: certe cose, qui, sono state dette quando andavano dette.


E allora sì: grande Lando.


E che se lo godano pure tutti, volenti o nolenti.



© Simone Marchetti Cavalieri

 
 

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