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L'EREDITÀ DI QUEL WEEKEND



Trent'anni.

Quel weekend di esattamente trent'anni fa ha cambiato per sempre l'approccio alle competizioni sportive motoristiche, per addetti ai lavori e non.

E che, forse, ha contribuito a stravolgere la percezione di molto altro. Un castello di carta di un'epoca tanto spensierata quanto, probabilmente, ancora troppo inconsapevole, che crolla così, in un fine settimana.

Imola 1994 è anche questo, un tassello di un'infinita catena di passaggi generazionali, pronti a definire un "prima" ed un "dopo".

Una ricorrenza che ha un volto, anzi due. Un anniversario pesante, scomodo, che mette al loro posto eroi, antieroi, miti e leggende grazie ad un conto salatissimo, che nessuno ha mai pagato e mai pagherà fino in fondo.


Sono queste le sensazioni, le percezioni, a trent'anni di distanza da parte di chi, quel 30 Aprile e quel 1° Maggio aveva solo poco più di 7 mesi di vita. Sensazioni tramandate dalla potenza mediatica di quegli eventi, che hanno scavato talmente a fondo da contribuire a creare una passione, quella del sottoscritto, talmente forte da diventare un giorno una delle ragioni di vita più intense.


La mia storia a fianco e dentro al mondo dei motori, è ovviamente stata plasmata dai racconti, dagli eventi, dalle storie di chi c'è stato prima di me. E sarebbe semplicemente sciocco non citare la leggenda di Ayrton Senna tra le più influenti di questo "libro dei ricordi".


Qualcosa di viscerale e magico, che è passato dalle immagini lontane anni luce delle TV a tubo catodico degli anni '90, da quelle VHS con spezzoni di gare, programmi televisivi su quella F1 interrotti a metà e cuciti tra loro, quasi a formare una mappa del tesoro che ha portato ad emozioni talmente forti lungo il suo percorso, tali da rendere noioso tutto il resto, tutto ciò che un bambino avrebbe dovuto guardare. A tratti interessante, sì, ma ridicolmente piatto a confronto.


Sono gli strascichi di una storia perfetta, con un casco giallo predestinato, prima nei guai con qualcuno e poi consegnato per sempre all'eternità, senza lieto fine come prevede la miglior sceneggiatura, raccontata negli anni da persone illustri. Ezio Zermiani, Clay Regazzoni, Guido Schittone, Mario Poltronieri, Giorgio Terruzzi. Voci lontane da qualunque cosa ci sia ai giorni nostri, cantastorie romantici degni del titolo di evangelisti, per esagerare.


E poi Roland, l'altra faccia della medaglia. Il destino crudele di un operaio del volante, un self-made man al quale qualcosa ha deciso di tagliare le ali, prima di fargli assaporare il vero senso di realizzazione.


Testimonianze di un'epoca di valori diversi, non necessariamente migliori o peggiori, che ha saputo fare di se stessa una bandiera che, fin che se ne dica, resta anni luce più suggestiva di quelle di oggi. Più umana, meno programmata. Ma anche maledettamente meno responsabile, non curante delle conseguenze. Un'eredità che pesa come un macigno nella nostalgia e nei cocci da smaltire.


Un'eredità, appunto, come quella che ha lasciato quel weekend. Nello sport e in molto, molto altro. Sia nel cuore di chi scrive che, evidentemente, in quello di milioni di appassionati.



© Simone Marchetti

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